Boldini, Donna Florio: non tre ma una sola

Risolta la diatriba centenaria sull’esistenza di più versioni del celebre dipinto di Boldini “Ritratto di Donna Franca Florio”: uno studio di Bonino corredato da ricca documentazione ritrova due versioni presunte scomparse: sono dipinte sotto la versione a tutti nota ora in mostra al Vittoriano e battuta in asta lo scorso 30 aprile.

Il celeberrimo Ritratto di Donna Florio è l’unica tela a grandezza naturale di questo soggetto. L’importante scoperta scientifica, operata dallo Staff della Casa d’Aste, corregge una bibliografia ultracentenaria: fino ad oggi, ed anche nella mostra monografica presso il Vittoriano in cui l’opera è tutt’ora esposta, la tela è stata ritenuta una seconda versione di quella iniziata a Palermo nel 1901 ed esposta alla Biennale di Venezia nel 1903. Entrambe le versioni si supponevano entrate a far parte della Collezione Rothschild. L’opera è all’asta con gli arredi di importanza artistica e antiquariale dei sei più antichi hotel siciliani – dal Villa Igiea di Palermo al San Domenico di Taormina.

La scoperta. “Quando il dipinto è giunto presso la nostra sede di Vicenza, nel 2015 – spiega il Direttore del Dipartimento di Dipinti e Disegni di Bonino, Matteo Smolizza – nel verificare lo stato di conservazione ci siamo immediatamente accorti che sotto la pittura visibile si leggeva un altro dipinto: per esempio, osservando il braccio sollevato, è facile riconoscere i segni di una manica nera che l’incarnato copre (Tav. 1, p. 1). Il dipinto sottostante era la tela da Boldini realizzata nel 1901 e presentata alla Biennale di Venezia nel 1903, in cui Donna Franca indossa un vestito nero con una ricca gonna: il riscontro tra le immagini dell’epoca e l’opera attuale ha reso evidente la totale identità della pittura nella parte superiore del dipinto – la testa e la mano sollevata sono sovrapponibili sino alla minima pennellata – che peraltro presenta un solo livello di colore, di tocco chiaro, leggero e preciso, mentre la parte centrale e bassa del dipinto, dove appaiono rilevanti cambiamenti, mostra chiaramente la sovrapposizione di molti livelli di ridipintura”.

Ma le versioni sovrapposte sono in realtà tre: “grazie ad una foto realizzata da Boldini nel proprio studio, tra il 1908 ed il 1912 (Tav. 2), è stato possibile verificare la versione intermedia del dipinto, in cui la gonna déco arriva poco sotto il ginocchio, ma non è ancora stata inserita la sedia, che, vedi caso, è documentata dallo stesso scatto, a sinistra, a pochi metri dalla tela. In questa fase, Boldini ha anche accentuato i tratti seducenti di Donna Franca, creando la spallina cadente, che poi ricopre, come si vede bene dallo spessore del colore rosa utilizzato. La terza versione – insomma come l’opera appare oggi – è dunque cronologicamente piuttosto vicina a questo momento, al di là della datazione ‘1924’, che molto probabilmente va riferita all’anno di vendita”.

La ricostruzione storica del dipinto è stata confermata sia sul piano documentario – con l’identificazione al retro del telaio della targa di partecipazione alla Biennale di Venezia del 1903 (con il numero di catalogo “725”) e con il raffronto di una eccezionale fotografia messa a disposizione da Donna Costanza Afan de Rivera Costaguti, nipote di Donna Franca Florio, che ha consentito di rilevare persino la perfetta identità di minute mancanze di colore presenti sia nella versione del 1901, esposta alla Biennale di Venezia nel 1903, sia nella versione attuale (Tav. 2, p. 2).

Sul piano materiale, Adela Mara, membro del team della Casa d’Aste, ha rilevato la particolare tecnica utilizzata da Boldini per ridipingere, anche grazie all’uso di solventi, vaste aree, che trova puntuale riscontro nella parte inferiore del ritratto di Donna Franca Florio così come in molte altre tele dell’artista, tra cui, per esempio, il Ritratto di Monsieur Olympe Hériot in divisa (Musée de la Vénerie, Senlis). Impressionante la sovrapposizione delle immagini (Tav. 3)

La struttura del dipinto originario è stata puntualmente confermata dal team archeometrico diretto da Maria Letizia Paoletti e composto dagli specialisti del Laboratorio Tecnico Scientifico  dell’Università La Sapienza di Roma, che ha identificato attraverso riprese riflettografiche – una tecnica di fotografia all’infrarosso che consente di scandagliare al computer le sovrapposizioni di colore – sia parte dell’abito originario, sia le correzioni dell’anatomia (Tav. 4) sia, in posizioni leggermente diverse, per tre volte la firma e la data, a partire da quella del 1901.

Nei precedenti passaggi d’asta la identità di tutte le versioni nell’unica tela AMT era stata ipotizzata da Christie’s (1.11.1995) e Sotheby’s (25.10.2005) a New York, ma senza dimostrazione e presumendo che l’opera rappresentata nella foto del 1908-1912 (Tav. 2) fosse la prima versione e l’opera esposta nel 1903 in Biennale la seconda versione, con un inspiegato ritorno di Boldini, successivamente, alla idea originaria. Tale lettura erronea si poggiava sulla romantica narrazione di un rifiuto di pagare l’opera da parte di Ignazio Florio per il modo irrispettoso in cui sarebbe stata ritratta la bellissima moglie. Al contrario, la prima “Donna Franca” appare del tutto conforme all’etichetta di una grande famiglia meridionale nell’elegante vestito di fine ‘800. Solo dopo, nel corso delle trattative con i Florio (legate probabilmente ad una mera questione di prezzo, cosa non nuova né per Boldini né per Don Ignazio: il pittore ebbe più volte discussioni sul prezzo con i suoi clienti, tra cui il marito della principessa Martha Bibesco che rifiutò di pagare il celebre dipinto, così come in almeno un altro caso Don Ignazio nicchiò sui pagamenti agli artisti incaricati di ritrarre la moglie), Boldini decide di “ammodernare” il quadro vestendo la dama con un abito che fa la sua comparsa sulla scena della moda intorno al 1910. Lasciando tuttavia intatto il volto, di una puntualità quasi fotografica, che è probabilmente l’unica cosa realmente dipinta a Palermo. Anche qui vengono in aiuto le memorie di famiglia messe generosamente a disposizione da Donna Costanza Afan de Rivera Costaguti, che confermano che l’artista si sarebbe fermato presso Villa Florio, nel 1901, per soli 9-11 giorni, nel corso dei quali è stato anche impegnato in altri due o tre ritratti di bellezze palermitane, di più piccolo formato.

Importanza della scoperta. La scoperta – l’opera era stata presentata in asta con schede critiche dei maggiori specialisti dell’artista, Francesca Dini e Tiziano Panconi, nonché con una nota relativa a precedenti analisi tecniche predisposta dalla Dr.ssa Maddalena De Luca, funzionario competente pro tempore della Soprintendenza di Palermo – ha lasciato in un primo momento sconcertati gli studiosi di fronte al classico uovo di colombo.

Tiziano Panconi, presidente dell’Archivio Giovanni Boldini, Museo dei Macchiaioli e del Comitato scientifico della grande mostra monografica ora in corso al Vittoriano sull’Artista, dichiara che: “la suggestiva scoperta rettifica oltre cento anni di storia del quadro, ed è inequivocabilmente provata sia dall’antica etichetta della Biennale del 1903 apposta sul telaio e mai notata prima, sia da un’immagine originale dell’epoca rinvenuta negli archivi di casa Florio, per concessione della nipote di donna Franca, Costanza Afan de Rivera. La fotografia ha consentito infatti di decifrare e comparare la grafia pittorica della prima stesura della tela, con le altre immagini note di quella che fino ad oggi era stata considerata un’altra stesura del dipinto, fino a convenire che si tratti di una sola opera. Le nuove ricerche storiche condotte in questa occasione, ci portano anche a supporre che la commissione del ritratto e le relative polemiche intercorse fra Boldini e Don Ignazio Florio, furono di diverso tenore rispetto a quanto creduto fino ad oggi. Il ritratto infatti non fu verosimilmente realizzato a Palermo ma a Parigi e solo attraverso l’utilizzo di una fotografia e degli studi realizzati in Sicilia e i Florio videro il ritratto probabilmente solo attraverso un’immagine dello stesso speditagli da Parigi da Boldini e fisicamente soltanto alla Biennale d’arte della Città di Venezia nel 1903″.

Maria Letizia Paoletti dichiara che: “La vera storia del ritratto di Donna Franca Florio è confermata dalle ricerche di diagnosi archeometrica che hanno permesso di indagare negli strati sottostanti del dipinto rivelando le diverse e successive sovrapposizioni. Con tale metodo si è potuto definitivamente chiarire che il dipinto che fu esposto alla Biennale di Venezia nel 1903 è sottostante alla superficie del visibile, svelando anche che esiste un passaggio intermedio documentato dalla foto scattata dallo stesso Boldini.”

Molto importante, l’attività, al fine di settare uno standard nel settore delle vendite giudiziarie in Italia.

Il Prof. Giorgio Lener, Liquidatore giudiziale, dichiara: “Esprimo grande soddisfazione per la scoperta dell’unicità del quadro ritraente Donna Franca Florio, perché gli organi della procedura di concordato preventivo AMT Real Estate, sin dall’inizio dell’attività di liquidazione hanno ritenuto che – pur in presenza di un significativo patrimonio immobiliare alberghiero da vendersi – le opere d’arte presenti negli hotel fossero meritevoli di autonoma valorizzazione, a partire dal noto quadro del pittore Boldini. In questa direzione, si è deciso di affidare l’analisi, la stima e, per l’appunto, la valorizzazione di quel patrimonio d’arte a chi, la Casa d’Aste Bonino, già aveva dimostrato, in una precedente procedura concorsuale di vendita, competenza e attenzione alle esigenze della massa dei creditori fuori dal comune.”

La adeguata comprensione e descrizione dell’opera d’arte dovrebbero essere, infatti, il presupposto di garanzia – al momento dell’asta – sia per l’acquirente sia per il venditore, in termini di sicurezza dell’acquisto e risultato economico. Tuttavia, in sede di vendita giudiziaria, questo presupposto realizza un ulteriore e fondamentale scopo di giustizia.

La baronessa Franca Jacona della Motta di San Giuliano (Palermo, 27 dicembre 1873 – Migliarino Pisano, 10 novembre 1950), uno dei personaggi più noti della Belle Époque, appartenente a una aristocratica famiglia siciliana, fu moglie dell’industriale Ignazio Florio, membro di una delle famiglie di imprenditori considerate primarie nel boom economico e sociale dei primi anni del secolo scorso.

La Procedura pendente dinanzi al Tribunale di Roma ha incaricato Bonino sulla scorta di altre importanti vendite sia private sia giudiziarie – dalla grande collezione di Vincenzo Maria Angelini all’eredità della famiglia imperiale russa, i Romanov – considerando come aspetti peculiari: a) i particolari criteri di trasparenza adottati dalla Casa d’aste per portare il mercato delle aste giudiziarie al pari di quello delle aste tradizionali (informazione capillare, immediata evidenza delle offerte ricevute, presenza sui mezzi di informazione utilizzati dal collezionismo internazionale, partnership per la specifica asta con player di rango mondiale nel mercato dell’antiquariato e dell’arte); b) al fine di dare la maggiore sicurezza al mercato, il rigore nella catalogazione delle opere basato sulla consultazione contemporanea di tutti gli esperti di riferimento; c) l’expertise nell’ambito delle normative sui beni culturali, in particolare rispetto alla possibilità per istituzioni estere di acquisire opere vincolate ed esporle temporaneamente nelle proprie sedi, nel rispetto della normativa italiana, grazie all’applicazione di convenzioni internazionali e accordi inter museali approvati dal Mibact.

Matteo Smolizza (1976), Direttore del Dipartimento di Dipinti e Disegni di Bonino, allievo di Ernst H. Gombrich e Denis Mahon, già commissario del Parlamento italiano per la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma, ha diretto le riviste Quadri & Sculture, QS, Ars e svolto attività di ricerca presso La Sapienza, Roma; la Princenton University, Princenton, e il Metropolitan Museum, New York.

Adela Mara (1986), specialista del Dipartimento di Dipinti e Disegni di Bonino, allieva di Adrian Silvan Ionescu, Ruxandra Garofeanu e Alin Ciupala, è Professore associato presso l’Università Nazionale di Bucarest.

Letizia Paoletti, Storica dell’arte, autrice di saggi e pubblicazioni scientifiche. Allieva di Sir Denis Mahon per le ricerche di Storia dell’Arte e del prof. Sebastiano Sciuti per l’applicazione delle tecniche archeometriche, da oltre venti anni conduce ricerche su dipinti antichi e moderni basandosi sulle due discipline

Tavola 1 (Paragoni tra la versione del 1901 e del 1924), Tavola 2 (Foto 1908-1912), Tavola 3 (Sovrapposizione immagini 1901 e 1924); Tavola 4 (Riflettografie: dettagli).